29 maggio 2007

Verona ai veronesi...


Da ieri Verona è una città più sorridente. Il suo sindaco si chiama Flavio Tosi, è del 1969 ed è un leghista duro e puro. Un uomo che magari parla poco ma è abituato a rimboccarsi le maniche e a lavorare sodo, fino ad ottenere i risultati migliori. I veronesi gli hanno affidato la città con fiducia, consegnandogli una valanga di consensi superiore al 61,5 per cento, contro il 34% ottenuto dal sindaco uscente, Paolo Zanotto.
Allora, signor Sindaco, una grande vittoria. Se l’aspettava?
«A dire la verità sì, ma magari non in questi termini. Durante la campagna elettorale, condotta come tutte le nostre attività, in mezzo alla gente, sui mercati, per la strada, l’impressione era che ci fosse un largo consenso nei nostri confronti e la voglia forte di cambiare. Il centrosinistra è riuscito a male amministrare Verona per cinque anni e quindi la volontà di cambiare era ancora più forte».
Si è visto anche dall’affluenza alle urne?
«Certo, l’affluenza a Verona è infatti in controtendenza rispetto alla media nazionale perché i veronesi erano arcistufi di un’amministrazione di sinistra, ideologica, che non ha curato gli interessi, i diritti, le richieste dei veronesi intesi come cittadini italiani residenti a Verona, come imprenditori, pensionati, artigiani, casalinghe, giovani. Verona è stata trascurata e non ha avuto alcuna risposta in cinque anni di amministrazione Zanotto».
Lei è un tipo che non si tira indietro dalle responsabilità, ma l’essere sindaco, così giovane, della seconda città del Veneto è una grossa responsabilità.
«Sì certo, ma è anche vero che da due anni guido l’assessorato alla Sanità della Regione Veneto, un assessorato da 7,5 miliardi di euro di budget all’anno, la seconda carica dopo quella del presidente della Regione. Il punto è che abbiamo fatto questa scelta perché i cittadini veronesi se la aspettavano. Noi vogliamo bene a Verona, siamo sempre stati legati al territorio e i veronesi, come è stato confermato dal risultato, vogliono bene a noi. Questo legame sarà ulteriormente stretto da cinque anni di amministrazione al servizio della città».
A chi va il suo primo pensiero ora?
«A chi oggi non è qui a festeggiare con noi. Alla mamma, al vicepresidente della Quinta circoscrizione, Ugo Zuanetti, all’amico Andrea Perina che da poco tempo non è più con noi. Va a loro che lo avrebbero voluto e oggi festeggiano con noi comunque. E poi a tutti i leghisti dai militanti ai dirigenti, da Umberto Bossi a Roberto Maroni, da Roberto Calderoli a Roberto Castelli a Gian Paolo Gobbo, a tutti quelli che hanno creduto e sostenuto questa scelta. E a tutti i veronesi. Perché sarò il sindaco di tutti i veronesi, non sarò certo il sindaco di chi viene in città per non rispettare le regole e le leggi. Questi soggetti saranno messi fuori».
Il suo primo impegno da sindaco?
«Dare un segnale in questa direzione. Verona è una città insicura, senza regole, sporca, degradata, dove i veronesi non si sentono padroni a casa loro. Invece bisognerà che il sindaco ci metta la faccia, l’abbiamo promesso e lo faremo, per ridare Verona ai veronesi. Nei famosi primi cento giorni faremo vedere che i veronesi tornano protagonisti della loro città».
I veronesi si aspettano molto dal nuovo sindaco. Lei cosa si aspetta dai suoi concittadini?
«Abbiamo una città maravigliosa, tanta gente brava, che lavora, che produce reddito e che finora non ha avuto i servizi adeguati a livello comunale. Mi aspetto confronto e dialogo. Noi non saremo un’amministrazione lontana, chiusa nel palazzo per cinque anni. Ci aspettiamo che i veronesi si rivolgano a noi se ci sono critiche e richieste. Noi per cinque anni daremo risposte».
La sua vittoria è anche una vittoria della Lega. Lei non è un sindaco in giacca e cravatta ma in camicia verde?
«Sicuramente sì. Questo dimostra anzitutto che la Lega non è quella che alcuni massmedia e la sinistra han cercato di dipingere. In un’elezione dove i cittadini scelgono il sindaco, sanno chi è Flavio Tosi, sanno cos’è la Lega. La Lega ha dimostrato che sa amminstrare, che è presente sul territorio e che è la forza più popolare, vicina ai cittadini e alla quale i cittadini sentono di dare fiducia».
A Verona il risultato è stato raggiunto anche grazie alla fermezza della Lega e in particolare di Bossi sul suo nome?
«Certamente. Abbiamo fatto un po’ il gioco delle parti, dove Bossi doveva fingere che io fossi quello che non voleva mollare, e invece era lui che ha tenuto duro, nonostante le tante pressioni, sapendo che la mia candidatura si sarebbe imposta perché era quella che i veronesi volevano. Umberto è stato furbo e lungimirante come sempre. Sapeva che l’avremmo spuntata».
La sua elezione è un segnale anche per chi governa il Paese?
«Sì, perché ci sono anche amministrazioni di centrosinistra che amministrano bene e si fanno benvolere. Quella di Zanotto era invece un’amministrazione di sinistra ideologica, che pensa molto di più a chi non è italiano, a chi non è veronese, fa demagogia ma non risolve i problemi. Assomiglia molto al Governo nazionale: schiavo dell’estrema sinistra e dei poteri forti. Lo stesso segnale dato per Verona vale per il Governo Prodi».

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